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venerdì 15 febbraio 2013

La religione delle tasse

In Italia gli enormi problemi strutturali si sommano a quelli simpaticamente provocati da amministratori e politici corrotti, disonesti e incapaci e da imprenditori senza scrupoli (come è venuto fuori prepotentemente in questi giorni). Così, è davvero fonte di sgomento osservare come quasi tutto (ma all'inizio era davvero tutto) il dibattito politico delle campagne elettorali sia volutamente incentrato verso la questione delle tasse, per nascondere e mettere in secondo piano la gravità della situazione e fare un lifting virtuale a quelle persone che, pur portandone gran parte delle responsabilità, continuano a proporsi come demiurghi.
Il “lancio” del rientro sulla scena del grande B. è stato, non a caso, non sui problemi reali dell'arretratezza del Paese, ma sulle solite tasse. Ma non sulle imposte che gravano
sul lavoro dipendente (se escludiamo la patetica proposta delle due aliquote che va a beneficio dei soliti), né sul monte evaso e eluso da imprenditori poco dotati di senso civico, no: la questione è stata incentrata soprattutto sulla prima casa. Quindi, data la detrazione attualmente vigente, di fatto gran parte del discorso riguarda soltanto chi è proprietario di immobili di valore medio e alto. Il primo gruppo, ritenuto evidentemente composto da persone qualunquiste, egoiste e, probabilmente, sciocche e dalla memoria corta (“voto chi mi fa avere vantaggi diretti e al diavolo il resto”), è quello chiave per la quantità di consensi in grado potenzialmente di esprimere, mentre il secondo gruppo è sempre stato lo zoccolo duro di una certa destra e, anche se non molto cospicuo in termini di voti, resta importante.
L'edilizia ha guidato la ripresa dagli anni del boom economico, assieme all'auto e ad alcune altre industrie e moltissime piccole aziende. In seguito è stata ancora importante ma non solo in positivo. Degrado ambientale, abusi edilizi, edifici pubblici dai costi ingigantiti e spesso realizzati con materiali non di prima scelta. Forse è il caso di riflettere in merito. A fronte di una popolazione in calo, soprattutto nelle città (a parte la presenza di immigrati spesso semplicemente ignorati) c'è chi vorrebbe continuare a incentivare le nuove costruzioni e la proprietà della casa, pur con i centri storici di molte città cadenti e in abbandono; davanti al crollo, anche letterale, del patrimonio artistico e culturale si vuole ancora puntare su condoni edilizi (e fiscali), new town, mega infrastrutture, grandi opere e ponti sullo stretto. Perché non trovo strano che questa istanza venga dal partito degli interessi economici, dei palazzinari e del (nel senso "di sua proprietà") presidente Berlusconi?
Ora, con il caso FinMeccanica, salta fuori anche il problema della moralità delle imprese, ma per il grande B. “è ora di finirla con questa ipocrisia”, la questione deve passare in secondo piano rispetto al “bene del Paese” e servirebbe per mantenere viva la nostra capacità di concorrere con imprese estere. Va da sé che il bene del Paese coinciderebbe con il benessere di una, ahimè, folta categoria di personaggi che, a me pare, ci hanno portato al disastro con l'alibi che, comunque sia, grazie a loro si muove l'economia. Abbiamo un paese che richiede una profonda virata in merito alle priorità, un progetto che sia davvero innovativo, guardi al futuro e dia prospettive alle generazioni che sono e, senza interventi, saranno sempre più aliene alla società dei loro genitori e nonni.
Bisogna investire e incentivare le energie alternative, la ricerca scientifica pubblica e privata, le forme di mobilità non private per il pendolarismo, le piccole infrastrutture che stanno cadendo a pezzi, l'informatizzazione della pubblica amministrazione e lo sviluppo della rete a banda larga per le imprese, le ristrutturazioni dei centri storici, la manutenzione e valorizzazione del patrimonio, ambientale, culturale e artistico, la piccola impresa artigianale innovativa e competitiva (attraverso la qualità e la ricerca) rispetto alla concorrenza dei paesi emergenti, i servizi per bambini (asili nido, in primo luogo) e anziani, la scuola e l'università.
Le imposte servono a garantire questi e altri servizi, vanno alleggerite quando è produttivo e riguarda i ceti deboli e chi investe, ma sempre con la opportuna copertura e avendo in mente un futuro che sia finalmente diverso da consumare sempre di più e abbia un orizzonte temporale ampio. Puntare tutto sugli argomenti che sentiamo in questi giorni (ma, in realtà, da 19 anni), è profondamente indicativo della pochezza della visione progettuale del proponente e delle motivazioni delle sue scelte.

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